Un protagonista dell’antifascismo a Vinci: Goffredo Vignozzi (1916-2015)

Il 2 settembre ricordiamo la Liberazione di Vinci dall’occupazione nazista. Per l’occasione, Tamara Morelli ci propone la biografia un cittadino vinciano protagonista dell’antifascismo e della resistenza, un articolo per non dimenticare.

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Già nel primo dopoguerra, la comunità di Vinci presentava un deciso orientamento socialista. Nelle elezioni del 1921, le ultime prima della marcia su Roma,  si affermò una marcata tendenza a favore del P.C.I, nato dalla scissione di Livorno. La sinistra riuscì a conservare il primato con il 49% dei suffragi: il 21% ai socialisti e il 28% ai comunisti. In questo contesto si formò un’importante corrente antifascista che combatté con fermezza il regime. Molti furono gli antifascisti di Vinci accusati di attività organizzativa e propagandistica a favore del P.C.I. e denunciati al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Tra gli inquisiti c’erano diversi spicchiesi, come Goffredo Vignozzi, citato nel libro  “Protagonisti dell’antifascismo a Vinci” a cura dello storico Massimo Nardini. Goffredo ci ha lasciato nel 2015, ma il suo ” diario-Memorie di una vita di altri tempi”è un’eredità morale e civile importante soprattutto per i più giovani. Dedicato ai nipoti, rappresenta una testimonianza del triste periodo della dittatura fascista. “Noi abbiamo lottato,scrive Goffredo, sta a voi(giovani)prendere esempio da chi lottando e soffrendo vi ha creato una vita migliore. Saprete conservare il tesoro dei vostri nonni e trasmetterlo ai vostri figli? La mia generazione ha subito la fame, la miseria, la guerra, ha sopportato il fascismo, ma ha saputo riscattarsi per darvi un mondo libero con cittadini liberi, lavoratori e non schiavi, donne libere e non schiave, figli felici che guardano al futuro con serenità”.  Il Vignozzi era nato a Spicchio il 20-11-2016, terzo di quattro figli, restò orfano di padre all’età di otto anni. Sua madre Ines, non avendo possibilità economiche per mantenerlo, lo mandò a Empoli dai Padri Scolopi, dove ebbe l’opportunità di studiare fino al ginnasio. Qui incontrò i figli della borghesia empolese, come il figlio del Montepagani presidente della Misericordia e dell’orfanotrofio costruito nel 1927, in tal modo prese consapevolezza delle differenze di classe e delle ingiustizie sociali. Goffredo lavorava anche presso una tipografia e legatoria di libri e successivamente presso l’ edicola del Lazzeri, detto “Bocco”in via del Giglio,dove scoprì libri di autori messi all’Indice dal regime fascista, ad esempio Massimo GorKi, russo, Mario Mariani, anarchico. Nel 1933  tornò a casa e iniziò a frequentare la barberia di Ero Maestrelli, con cui stringerà amicizia. Ero gli chiese di scrivere lettere per i compagni esiliati in Francia e per “ il soccorso rosso”, infatti saper scrivere a quel tempo era un vero privilegio, che in pochi possedevano.  Goffredo accettò e venne a sapere che nella zona c’erano  gruppi che operavano nell’attività clandestina antifascista; uno era anche a Spicchio. Così aderì al movimento con il compito di fare proseliti e raccogliere soldi per il soccorso rosso. Conobbe altri compagni spicchiesi come Daneo Salvadori, Sante Matteoli, Varese Masoni, oltre a Ero con cui condivideva la lettura di libri proibiti. A metà maggio del 1937 venne chiamato alle armi e inviato al Distretto militare di Como in qualità di contabile, dove conobbe Guido Tuti, padre del terrorista. Il Tuti lo informò che a Spicchio c’era stata una retata e molti antifascisti  arrestati. L’indomani Goffredo, ottenendo una licenza per recarsi ad una visita medica, progettava  di raggiungere il confine e scappare. La mattina dopo, giunto alla stazione di Como, si sentì picchiare su una spalla e  chiedere la licenza. Non potevano arrestarlo poiché indossava la divisa militare, ma  lo fecero salire sul treno per Firenze e da qui su quello per Empoli, dove venne portato alla caserma dei carabinieri. Gli abiti civili, richiesti alla madre, non arriveranno mai anche perché alla donna fu suggerito di non portarglieli.  Lo fecero incontrare con  il povero Ero che aveva la faccia dolorante e tumefatta per le aggressioni subite; i carabinieri esclamarono che erano nauseati per le botte date, però rispettavano la divisa e lui, Goffredo, per sua fortuna, non poteva essere trattato con violenza. Gli fecero firmare il verbale degli arrestati e alla domanda  dove si trovasse la cassetta con il materiale propagandistico, rispose di averla consegnata al figlio di Antigone, che l’aveva nascosta nell’orto. Giunti a Spicchio in via Giusti, la gente andò incontro a Goffredo, Antigone l’abbracciò calorosamente e gli  sussurrò che la cassetta era stata gettata in Arno. I carabinieri la cercarono inutilmente. Allora Goffredo fu riportato in caserma in cella di sicurezza. Ancora la fortuna fu dalla sua parte: un giovane carabiniere lo salvò dalle aggressioni di alcuni squadristi che giunsero poco dopo, nascondendolo in soffitta. Infatti Goffredo udì un gran vociare e immaginò che stava avvenendo qualcosa di  molto spiacevole. Nel 1938 venne arrestato per attività sovversiva e condannato insieme ai suoi compagni dal Tribunale Speciale a quattro anni di reclusione, due condonati per indulto. Scontò la pena nel carcere di Pizzighettone ( Cremona) e poi in quello di Gaeta. Dopo due anni ritornò in libertà, anche se vigilata. La Germania aveva invaso la Polonia. L’Italia per il momento restò neutrale, ma arrivò presto l’ordine che le truppe fossero messe in stato d’allarme. Non avendo ricevuta la condanna a cinque anni, Goffredo non era stato radiato né dall’esercito né dal servizio militare e pertanto doveva adempiere all’obbligo di leva. Fu inviato a Palermo, lontano da eventuali movimenti antifascisti del Centro e del Nord e assegnato al 6° Reggimento Fanteria, ritenuto reparto di disciplina. Sapendo scrivere, svolgerà compiti di fureria e riceverà una paga. Nella notte  tra il 9 e il 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia e dopo un mese di combattimenti occuparono tutta l’isola. Dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio, Goffredo e i compagni, fatti prigionieri dagli Americani, erano destinati ai campi di concentramento americani.  Arrivati in Africa, a Tunisi, tre navi aspettavano per l’imbarco, ma un incidente causò la morte di un soldato e il ferimento di altri, tra cui Goffredo che non arriverà mai in America. Infatti, la nave a lui destinata fu silurata, ma Goffredo per sua fortuna arrivò in ritardo e la perse. Venne deportato in Algeria, da dove fece ritorno a Spicchio solo alla fine della guerra. Ritrovò la fidanzata Leonella, conosciuta durante una licenza e dopo sette anni di lunga attesa si poterono finalmente sposare. Una vita molto travagliata, trascorsa tra sofferenze e umiliazioni, come molte altre giovani vite di allora, che dovrebbero far riflettere noi cittadini di oggi, spesso superficiali e poco inclini ad approfondire il passato. Tanti  ragazzi,uomini, ragazze e donne, hanno sofferto e lottato contro un regime oppressivo e liberticida come il fascismo. Il nipote Vittorio è certamente colui che più di ogni altro riesce e riuscirà a trasmettere quelle memorie e valori di giustizia e libertà che suo nonno ha saputo affermare con determinazione e coraggio e a cui noi dobbiamo essere riconoscenti.

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