25 novembre, una giornata importante

25 novembre, una giornata importante

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Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
In questa occasione, molte sono le iniziative svolte in tutta Italia per sensibilizzare la cittadinanza a riflettere sulla situazione femminile.

Inizialmente celebrata in tutta l’America Latina, nel 1999 è stata ufficializzata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per commemorare l’uccisione delle tre sorelle Mirabal, dette “las mariposas”, “le farfalle”. Le tre attiviste politiche Patria, Minerva e Maria Teresa, di ritorno dalla visita dei loro mariti in carcere, furono assassinate dai sicari del Sim per ordine del dittatore Trujillo, che esercitò il potere per trent’anni nella Repubblica Dominicana. Massacrate a colpi di bastone furono gettate in un precipizio insieme all’autista per simulare un incidente d’auto. Era la sera del 25 novembre 1960.
Nel 1981 nel primo incontro femminista latinoamericano fu deciso di celebrare il 25 novembre come giornata contro la violenza sulle donne, in memoria delle coraggiose sorelle, che avevano fondato il movimento clandestino “14 Giugno”, giorno in cui erano stati torturati e uccisi alcuni dissidenti politici. Simbolo della lotta alla violenza di genere, sono le scarpe rosse, nate nel 2009 da un’idea dell’artista messicana Elina Chauvet per denunciare gli abusi sulle donne e il femminicidio.

Se vogliamo vivere l’atmosfera e la situazione politica di quel periodo di tirannia, rivolgo l’invito a leggere il romanzo “Il tempo delle farfalle” della scrittrice Julia Alvarez, anch’essa nativa della Repubblica Dominicana, esule con la famiglia a New York, dove si era rifugiata. Ricostruisce la storia della famiglia Maribal, contraria al regime dello spietato Trujillo, servendosi di ricerche e informazioni, ma soprattutto della sua immaginazione e creatività per dare vita a personaggi importanti quali Patria, amante della giustizia, Minerva, protesa verso la religione e Maria Teresa, la più giovane, pur non avendole mai conosciute. Ci fa conoscere la storia romanzata di quelle tre donne, di esempio a tutte coloro che lottano contro ingiustizie e soprusi di ogni genere.

“Dove hanno trovato le tre sorelle Mirabal tutto quel coraggio?”, si chiede la scrittrice. “Fu per trovare una risposta che cominciai questa storia. Nella mia immaginazione (i personaggi) divennero reali”. Troveremo le tre sorelle inventate, ma fedeli allo spirito delle vere Mirabal, che sognavano ardentemente la libertà. “Dopo tutto – afferma – un romanzo non è un documento storico, ma un mezzo per viaggiare all’interno del cuore umano”. Solo Dedé, la secondogenita, non si fece coinvolgere dalla politica e sopravvisse. Alla loro morte, si dedicò completamente a crescere i nipoti e a far conoscere l’operato delle sue sorelle, trasformando la casa di famiglia in museo, visitabile ancora oggi, in loro memoria.

La donna anche nel nostro Paese è minacciata, umiliata da uomini, compagni, mariti che vogliono sottometterla al loro volere, anche se affermano di amarla. Spesso uccisa per gelosia o perché si vorrebbe sempre e comunque succube, come fosse un oggetto di cui l’uomo detiene il possesso. Nella civile Italia i femminicidi hanno raggiunto il triste record di uno ogni quattro giorni. Dopo lo stupro di Palermo e di due bambine a Caivano, come possiamo leggere su L’Espresso del 3 settembre 2023, Antonella Veltri, presidente di D.i.R.e, rete nazionale centri antiviolenza, afferma che solo l’educazione può prevenire il fenomeno. “Le misure di contrasto ad oggi sono tutte securitarie, a reato avvenuto”.

L’Italia è uno degli ultimi Stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione sessuale o affettiva non è obbligatoria a scuola, a causa del fantasma del gender che blocca ogni tentativo di educazione alle differenze. “La priorità è la formazione, ma non c’è né formazione, né finanziamento”. “Lavoriamo molto con le scuole – dice la presidente di D.iR.e – ma con difficoltà. Quando cambia la dirigenza scolastica tutto viene rimesso in discussione. I nostri sono interventi su base volontaristica. Ma si può assegnare al volontariato un tema di così grande portata?”.

Oggigiorno si usano molto i social, strumenti che permettono la comunicazione dell’accaduto in tempo reale. Nel caso di filmati di violenza sulle donne prevale la volontà di sottometterla, cosi viene avanzata la minaccia di rendere il contenuto pubblico. “Se l’autore della violenza non ha la percezione di aver commesso un fatto grave, non avrà timore di pubblicare il contenuto. Il problema è culturale. Conseguenza del maschilismo dominante che legittima i soprusi e la loro divulgazione via internet”. Ad affermare ciò è Giovanni Boccia Artieri, docente di sociologia dei media dell’Università di Urbino. Per questo si dovrebbe investire di più nell’educazione dei giovani e nella formazione di tutti gli operatori che interagiscono con queste problematiche.
“Se nel 2023 esiste ancora una cultura che permette che accadano violenze come quelle di Palermo o del Parco verde di Caivano è evidente che il lavoro da fare è enorme, a scuola, a casa, nelle comunità”. Non possiamo limitarci a programmare eventi o forum sul tema della violenza di genere, occorre agire al più presto con proposte concrete. Il consiglio comunale aperto alla cittadinanza del 20 ottobre scorso, tenuto a Vinci alla biblioteca leonardiana, aveva proprio la finalità di sensibilizzare la comunità su queste problematiche e iniziare a interrogarsi su comportamenti, pregiudizi e stereotipi. Introdotto dalla vicesindaco Sara Iallorenzi, hanno partecipato Laura Rimi della Commissione Regionale Pari Opportunità, il Centro aiuto donna Lilith con la presidente Eleonora Gallerini, la professoressa Anna Masoni e Germana Frusciante presidente della Consulta delle donne di Vinci.

Se volgiamo lo sguardo verso i paesi dell’Asia, la condizione femminile è veramente drammatica per l’annullamento dei diritti umani e della dignità della persona. Dopo il Nobel per la Pace 2023 attribuito all’attivista iraniana Narges Mohammadi, detenuta nel carcere di Evin a Teheran, il Premio Sacharov, massimo riconoscimento europeo “per la libertà di pensiero e i diritti umani”, è stato assegnato a Masha Amini, giovane curda-iraniana arrestata per non avere indossato correttamente il velo e morta lo scorso anno in seguito agli abusi dei suoi carcerieri. Il cammino per l’effettiva parità tra uomo e donna è ancora lungo e difficile, potremo raggiungere l’obiettivo solo cambiando in modo radicale la nostra mentalità e comportamenti. Lo strumento principale è solo uno: l’educazione dei giovani.

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