
Alla scoperta di un cittadino vinciarese. Franco Corsi, in arte Zeffirelli
Avvicinandoci al 2019, anno leonardiano, perché non ricordare alcuni nostri illustri concittadini che, serbando Vinci nel cuore, si sono fatti strada nel mondo?
Inizio, sperando di trovar presto seguaci in quest’impresa, con un nome inatteso, rintracciato, per caso, mentre scartabellavo la documentazione relativa alle Celebrazioni del 1952: in una lettera indirizzata al sindaco Guido Masi, datata 31 luglio 1949 (ACV, postunitario, X/1.2/7 fasc.12), Ottorino Corsi esordisce riferendo, orgoglioso, del successo riscosso da suo figlio Franco nella messa in scena del Troilo e Cressida al Giardino del Boboli, a chiusura del Maggio Musicale Fiorentino, sotto la direzione di «quell’autentico mago» di Luchino Visconti.
Immediatamente ci ritroviamo a respirare l’aria di quel memorabile 21 giugno, echeggiante delle canzoni dei trovatori provenzali e delle ineguagliabili voci di Vittorio Gassman, Giorgio De Lullo, Paolo Stoppa, Franco Interlenghi, Massimo Girotti, Sergio Tofano, Marcello Mastroianni, Giorgio Albertazzi, Rina Morelli, che risuonano tra le splendide scene di Franco Zeffirelli, sotto la regia del Visconti.
Ottorino, figlio di Olinto Corsi, grande animatore del paese di Vinci prima della sua partenza per Firenze, doveva ancora sentire fortemente l’appartenenza alla sua città natale, tanto da arrivare a mettersi completamente a disposizione del Masi per la realizzazione delle Celebrazioni (caldeggiando, tra l’altro, il professor Roberto Papini come soprintendente del Comitato) e quasi a forzare il figlio a scrivere la lettera, datata 22 luglio 1949.
Zeffirelli esordisce con un «Carissimo Guido», che già la dice lunga sull’assiduità delle sue frequentazioni vinciane. Racconta che il suo babbo è solito dirgli «è un dovere per te, in fin dei conti sei anche tu in un certo modo cittadino di Vinci»; d’altra parte «è un ragionamento perfettamente conseguente poiché è certo che nelle mie vene scorre un sangue che è da tempo immemorabile sangue vinciarese».
Passa così ad esporre «schietto, schietto» il parere sul programma che gli era stato esposto «in fretta, in mezzo al fragore del traffico, quel giorno che t’incontrai per caso in piazza del Duomo a Firenze»: «[..]bisogna che le Celebrazioni siano veramente uno scoppio di cannone, qualcosa di più fragoroso ancora della bomba atomica, il cui potente rimbombo giunga in ogni parte del mondo e sia tale da far drizzare le orecchie ai pigri e indifferenti uomini di oggi» e visto che «[..] chi ha letteralmente creato il genio di Leonardo, chi gli ha dato il sangue, chi gli ha indirizzato la personalità germogliante in quei primi, fondamentali anni della vita è stata Vinci», occorre non perdere l’occasione di creare «iniziative veramente interessanti e veramente di livello come possono essere una mostra scientifica Leonardesca o una mostra dei capolavori Leonardeschi», in modo da «provocare un vero e proprio pellegrinaggio», senza tralasciare la creazione di nuove strutture ricettive, ristoranti e, soprattutto «una bella strada asfaltata da Empoli a Vinci per dare modo prima di tutto alle opere di essere trasportate senza eccessivi sobbalzi [..], in secondo luogo per offrire ai visitatori [..] la possibilità di un viaggio comodo che faccia sembrare Vinci ancora più vicina a Firenze».
Il futuro regista teme e stigmatizza comunque il pressappochismo paesano: «Quella mostra che avete in animo di organizzare di opere di pittura ispirate alla vita e all’opera di Leonardo [..] potrà tutt’al più essere una buona manifestazione collaterale. A me pare che la cosa più semplice che possiate immaginare di fare è organizzare una mostra dei capolavori di Leonardo proprio nel Castello di Vinci, all’ombra del quale Leonardo nacque e crebbe scrutandone chi sa quante volte la mole coi suoi occhi di fanciullo e che probabilmente, insieme al vicino Monte Albano, gli avrà suggerito i primi impulsi verso le grandi conquiste».
A distanza di tanti anni, la sua onirica visione rimane ancora il sogno ad occhi aperti della gran parte dei cittadini vinciaresi, che oggi si chiamano orgogliosamente vinciani.
Ilaria Morelli

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