I prodigi della notte del Natale nella tradizione contadina del Montalbano

Il Ceppo, la vigilia, l'”Acqua zitta”. Sono alcuni degli elementi della tradizione popolare del Montalbano per le ricorrenze natalizie.

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Il 25 dicembre veniva già festeggiato nell’antica Roma secondo i riti della religione mitraica, in occasione del solstizio invernale, ovvero il giorno più corto dell’anno, e la nascita del “sole invitto”, in coincidenza con l’inizio dell’allungamento  delle ore di luce. Secondo gli usi e le tradizioni della civiltà contadina del Montalbano, il Natale conserva ancora il carattere della festa inaugurale per l’inizio di un nuovo anno. La notte di Natale, in particolare, è notte di prodigi anche per streghe e presunti santoni, nella quale non si possono fare né fatture né incantesimi né svolgere alcune attività, compresa quella del meretricio. Nel calendario dei contadini la notte di Natale non conosce eguali, se non nella contrapposta notte di San Giovanni Battista (23-24 giugno), ovvero al solstizio d’estate, quando le tenebre purtroppo incominciano a riprendere il sopravvento ed i giorni a calare le ore di luce. 

Nella tradizione del Montalbano è il momento in cui i “guaritori” tramandano in segreto le formule per curare i vari malanni, le note  segnature, ad esempio contro le malattie della pelle,  il cosiddetto foco di S. Antonio, oppure particolari malanni come i bachi dei bambini, gli orzaioli, le sciatiche, le verruche e così via. 

La festa del Natale è conosciuta anche come il Ceppo, richiamandosi ad una vecchia usanza contadina. Il “capoccia”, ovvero il capofamiglia, di solito la persona più anziana, nella vigilia di Natale sceglieva un ceppo, un grosso tronco di ulivo, da ardere nel focolare domestico per riscaldare la casa in attesa dell’arrivo di Gesù Bambino. Ardeva tutta la notte. Parte di quello che restava veniva acceso per l’Epifania e l’Ascensione. Con le ceneri venivano benedetti i campi in segno di augurio per i nuovi raccolti oppure venivano preparati potenti talismani contro il male. 

La tradizione del Ceppo era l’occasione per trarre dalla fiamma auspici di vario genere secondo la quantità delle faville e la direzione che prendevano.

Il Ceppo era chiamato anche il “regalo” che i fidanzati facevano alle loro ragazze. In alcune zone del vicino pistoiese, per esempio Tizzana, il ceppo scavato nel suo interno veniva invece usato per raccogliere le offerte ed elemosine. Oggi, il Ceppo è rimasto nel linguaggio comune ad indicare la tredicesima mensilità, la cosiddetta gratifica natalizia oppure il dono che il datore di lavoro elargisce alle famiglie dei propri dipendenti e collaboratori in occasione della festa. Molti sono i proverbi legati al Ceppo come S’ha da mangiar tanto per Ceppo!, espressione sarcastica se detta in tempo di carestia. Il tutto anche in contrapposizione alla Vigilia del Natale tradizionalmente legata al cosiddetto “mangiar in bianco”. Per questo motivo il 24 dicembre è da sempre considerato un giorno da vigilia, tanto che c’è un proverbio toscano che ammonisce: Chi guasta la vigilia di Natale, corpo di lupo e anima di cane. Altri ricordano che per  La vigilia di Natale digiunano anche gli uccelli senza becco.  Un’altra tradizione riferita dalla gente di San Pantaleo è l’Acqua zitta. Nella notte della Vigilia il capoccia (capofamiglia) prendeva un paiolo di rame e riempito di acqua sorgiva lo metteva alla mezzanotte nel centro della tavola. Lì stava fino al mattino, quando l’acqua “benedetta” dalla venuta di Gesù  Bambino veniva aspersa nelle stanze della casa e nelle stalle degli animali.


Nicola Baronti