Il 10 febbraio è il Giorno del ricordo

Il 10 febbraio è il Giorno del ricordo

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Lo Stato Italiano, con la legge 92 del 30 marzo 2004 ha istituito il Giorno del ricordo per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e delle complesse vicende del Confine orientale.

È stato scelto il 10 febbraio non a caso, perché in questo giorno nel 1947 fu firmato il Trattato di Parigi, ai sensi del quale l’Italia cedette la Venezia Giulia alla Jugoslavia.
La legge del 2004 ha avuto il grande merito di richiamare l’attenzione di tutti sulle tragiche vicende della Storia europea, solo apparentemente marginali, per lungo tempo ignorate anche dai manuali scolastici. La mia generazione alle scuole superiori ha studiato la Storia del Novecento forse con troppa frettolosità, e per noi il termine foiba era quasi sconosciuto. D’altronde, i dizionari linguistici dei tempi, alla voce foiba prendevano in considerazione solo l’aspetto geografico-geologico (fossa, voragine, depressione carsica, ecc.), mentre l’aspetto storico è emerso molti anni dopo, così come il verbo infoibare. Per l’esattezza, notizie chiare si potevano leggere anche nel Grande Dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, 1970, con espresso riferimento agli eccidi operati dai partigiani comunisti di Tito, ma dubito che anche i più volenterosi studenti abbiano riflettuto sull’argomento.
Il dizionario della lingua italiana di Devoto-Oli del 1995 riporta: “depressione carsica sul fondo della quale si apre una spaccatura che assorbe le acque; anche come fossa comune delle vittime di lotte civili e di assassini politici”, ma resta sul generico e cambia radicalmente solo nell’edizione del 2009: “fosse comuni per le vittime di rappresaglie militari e di assassini politici, avvenuti ad opera dei partigiani jugoslavi nell’ultima fase della Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra”.

Le prime ondate di violenza risalgono all’autunno 1943 e colpirono soprattutto alcune località dell’Istria e della provincia di Gorizia, causando la morte di circa 500-700 persone, ma non sappiamo con assoluta certezza il numero (a ogni forma di italianità era attribuita l’etichetta di fascismo). Nei mesi di maggio-giugno 1945 il numero delle vittime nei capoluoghi e nei piccoli centri della Venezia Giulia fu ancora più alto, perché all’odio popolare per i dominatori nazifascisti si sovrappose un preciso disegno politico jugoslavo e comunista di Tito. Migliaia di civili e militari furono gettati nelle foibe, molti cadaveri, ma alcuni ancora vivi.
Le violenze e i delitti continuarono successivamente nei territori sotto il controllo jugoslavo e tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta oltre trecentomila italiani che abitavano le regioni occupate dalla Jugoslavia furono costretti ad abbandonare le terre dove erano nati per riparare in Italia o trovare rifugio in terre lontane (Australia o altrove). Gli esuli furono accolti in Italia con solidarietà, ma a volte trovarono anche incomprensione a causa delle difficoltà e della povertà del dopoguerra.

L’esodo fu determinato da un lungo stillicidio di partenze e si protrasse fino alla fine degli anni Cinquanta. Anche nel comune di Vinci trovarono rifugio diverse famiglie di esuli. In particolare mi ricordo due coniugi che negli anni Cinquanta erano miei vicini di casa in Via Calvi a Vinci. Il marito, un signore alto e distinto, lavorava al Dazio, mentre la moglie, una donna piuttosto bassa di statura, sempre ben curata, socievole (parlava l’italiano con un accento particolare che mi incuriosiva molto), faceva la casalinga. La coppia non aveva figli e la signora invitava spesso noi bambine del vicinato a giocare nel suo giardino. Era solita regalarci le caramelle o qualche dolcetto.
Mi sembrava serena, ma le si inumidivano gli occhi quando ci parlava con nostalgia della sua terra (Lussinpiccolo, Mali Lošinj in croato, una città dell’isola di Lussino, nell’Alto Adriatico, oggi Croazia), della quale decantava la straordinaria bellezza. Ho mantenuto con loro buoni rapporti fino alla morte dei due (sono sepolti nel cimitero di Vinci). Lavorando poi negli uffici pubblici, ho avuto alcuni colleghi appartenenti a famiglie fuggite dall’Istria che, per la verità, non amavano molto raccontare le proprie radici e la loro storia. Tuttavia, in rare occasioni, si sono confidate con me confessando l’amarezza e la sofferenza per la perdita della propria terra, della propria casa, degli affetti e persino dei propri morti.

Le drammatiche vicende che hanno investito il confine orientale dal 1943 al 1947 non possono essere sintetizzate in poche banali righe, ma l’istituzione del Giorno del ricordo è una garanzia per ricordarci che la verità deve essere ricercata a ogni costo, che i fatti storici non possono essere occultati e strumentalizzati. Insomma il passato non può essere mai dimenticato, con la speranza che l’uomo riesca finalmente a capire, come ripete spesso Papa Francesco che “ogni guerra è una sconfitta, non si risolve niente con la guerra. Niente…

Cfr: Le vicende del confine orientale e il mondo della scuola, Studi e Documenti degli Annali della Pubblica Istruzione – 133/2010 – Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca-Le Monnier.

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