Vita d’altri tempi a Spicchio

Tamara Morelli ci racconta, per bocca del padre, uno spaccato di vita vissuta nella prima metà del ‘900, fra Spicchio e Sovigliana.

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La vita tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento non era certamente come quella di oggi. Si praticavano mestieri ora scomparsi, c’era più miseria, la gente si accontentava  e i ragazzi si divertivano con poco.

Per le vie di Spicchio comparivano personaggi che segnalavano la loro presenza con voce argentina. Erano personaggi che spesso avevano un soprannome e richiamavano l’attenzione degli abitanti vociando. Per esempio, gli spazzacamini arrivavano prima dell’inverno con il fruciandolo, ossia l’arnese che serviva per ripulire il camino dalla fuliggine.
Verso il 1938, a Spicchio veniva un povero a chiedere l’elemosina. Annunciava il suo arrivo battendo forte due piatti di metallo e attirava l’attenzione della gente perché era accompagnato da un orso legato con una corda intorno al collo. L’animale era la delizia dei bambini, che chiamavano le mamme.

Per San Bartolomeo, patrono di Sovigliana, si faceva la Festa della cuccagna. Chi partecipava alla gara doveva salire su un palo tutto unto di grasso e cercare di raggiungere il premio posizionato in cima. Il premio consisteva in una gallina o in un salame. Chi cadeva, andava a finire in Arno. Per San Bartolomeo, don Nandino, prete di Spicchio, mandò il mio babbo di circa dieci anni e altri ragazzi a fare il giro dei contadini per racimolare qualcosa per la chiesa. Tornarono con un carretto carico di fagioli, ceci e patate che lasciarono al priore.

I giochi erano semplici: i grandi giocavano sul cavallotto a tamburello e al gioco del bracciale, con cui tiravano una pallina. I ragazzi invece si divertivano a fare discese a tutta velocità con il carretto con le ruote di legno, oppure giocavano a lippa, con la trottola o le biglie.

Dopo la Seconda Guerra mondiale, il frigorifero ancora non aveva fatto la sua comparsa nelle case. A Spicchio, in estate veniva un certo Pietro Masoni, soprannominato “Spinte”, a vendere il ghiaccio. Veniva da Empoli e precisamente da Via Roma, dove lo acquistava da Vignale, i cui nipoti abitano ancora a Spicchio. Il ghiacciaiolo arrivava con un carretto che trasportava due stanghe di ghiaccio di circa un metro. Iniziava a urlare “donne, c’è il ghiacciaiolo!” dal ponte dell’Arno fino a Spicchio.  Chi poteva, ne comprava un pezzo , chi per 5 lire, chi anche un pezzo grande da 10 lire. Veniva poi messo in un secchio per far refrigerare l’acqua, il vino e, nei casi migliori, conservare la carne. Ora venditori ambulanti non se ne vedono più e neppure si sente vociare per vendere e reclamizzare le proprie merci; si sentono invece i rumori della strada e le macchine sfrecciano nei paesi incuranti di chi ci abita.


Tamara Morelli
L’articolo è stato pubblicato su un numero della rivista Orizzonti, 2017